PIANTE E API

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Di Gabriele Maspero –

Carissimi colleghi, sicuramente appassionati “custodi” di questo animale selvatico;

Mi viene concesso il privilegio di scrivere di Api ma soprattutto di piante…!

Devo confessarvi di essermi inizialmente sentito spaesato e mi sono chiesto più volte…“da dove comincio?”, questo perché l’argomento è davvero molto complesso, vasto e si corre il rischio di divagare ed essere poco concisi.

Faccio una rapida premessa e poi l’analisi del momento…non semplice..!

Interazione ambivalente

E’ nato prima l’uovo o la gallina?

Sono alcune specie di vegetali che, producendo nettare e polline (ma non solo…) permettono la presenza delle Api o sono le Api, con il loro lavoro di impollinazione, che favoriscono alcune specie rispetto ad altre?

La Flora di un ambiente condiziona senza dubbio la presenza degli insetti pronubi in genere; essi sono evidentemente attratti in particolare da specie nettarifere e pollinifere, ma si avvantaggiano in taluni momenti dell’anno volando anche su piante che, come le conifere, non producono direttamente queste sostanze.

Le Api, con il loro instancabile ruolo di impollinatori di alcune specie precise e non casuali, riescono significativamente a “costruire” la flora (e dunque anche la fauna) di un ambiente specifico.

E’ dunque chiaro che esiste un rapporto molto profondo tra loro, tanto efficace quanto fragile; piante e api sono quasi in simbiosi e molto complesse sono le condizioni che permettono questo connubio.

Un ambiente come il nostro, tipicamente ma tuttora caratterizzato da un grande assortimento vegetale (erbaceo, arbustivo, arboreo) favorisce la presenza delle Api poiché esse trovano di che nutrirsi durante tutto l’anno.

Infatti, nelle nostre zone si parte tipicamente con il nocciolo e subito dopo con il salicone; con la loro fioritura maschile molto precoce assicurano polline fresco indispensabile alla nutrizione delle giovani larve.
In seguito, con l’avanzare della stagione, la prima fonte di nettare viene assicurata dalla spettacolare fioritura dei ciliegi.
Con l’intermezzo delle prime fioriture prative (tarassaco) e con la coppia biancospini/agrifogli arriviamo alla abbondantissima fioritura delle robinie.
Seguono tigli, castagni (alle diverse altitudini), oltre che a fonti nettarifere diverse come la melata di abete, di tiglio ecc.
A settembre i prati si riempiono di centaurea e i cigli delle capezzagne della solidago o verga d’oro per chiudere con l’edera, che rappresenta l’ultimo serbatoio di polline e nettare prima dell’inverno.

Diremmo…un quadro idilliaco….

Tutto questo calendario è però significativamente (perlomeno negli ultimi 5/6 anni) mutato a causa del tangibile riscaldamento globale.

Si assiste davvero in modo chiaro in generale ad una precocizzazione spinta di alcune fioriture con concreti rischi di danneggiamento per le gelate notturne (racemi di robinie colpite ad aprile del 21’), a periodi di prolungati di siccità e temperature torride (estate 22’con moria diffusa addirittura di alberi di alto fusto ) alternati a prolungati periodi piovosi (primavera 24’,dove si è dovuti intervenire con la nutrizione artificiale in giugno!).

Si constata inoltre come si sia ristretto il calendario delle fioriture che risultano essere meno scalari e molto più concentrate poiché le temperature elevate inducono uno sviluppo generalizzato di tutte le specie. Negli ambienti di pianura dai primi di luglio a settembre non abbiamo de facto più alcuna significativa fonte nettarifera.

E’ fin troppo chiaro che le piante sono sottoposte a una serie di stress ambientali inediti e dunque si evidenziano squilibri fisiologici sempre più frequenti e poco riscontrati in passato, sia come tipologia che come intensità.
Le piante, esseri plastici per definizione, stanno cercando di adattarsi alle mutate condizioni climatiche reagendo come possono agli squilibri fisiologici provocati dagli stress ambientali e climatici.

Sono davvero tante le casistiche riconducibili agli squilibri fisiologici (fisiopatie)..
solo per citarne alcune segnaliamo: turbe nella produzione di fiori (fioriture autunnali), ridotte dimensioni della superficie fogliare, apertura delle gemme anticipata e caduta foglie ritardata, mancata differenziazione delle gemme a fiore causata dalla mancanza di freddo invernale…..

In parole povere la pianta è spesso in sofferenza e non riuscendo ad alimentarsi come dovrebbe mette in atto strategie di tipo conservativo e di autotutela (la perdita di foglie è a volte l’unico sistema per poter superare un momento di grave siccità).
Tutto questo a discapito della riproduzione e dunque della fioritura, fenomeno molto complesso e regolato da fattori esterni e fattori interni, a seconda che agiscano dall’esterno o all’interno della pianta.

I fattori esterni, quali ambiente e nutrizione, possono influenzare la fioritura sia in maniera diretta (ottimale umidità del suolo, elevata intensità luminosa, disponibilità di macronutrienti ecc  che promuovono la sintesi in particolare di un ormone chiamato citochinina.) sia in maniera indiretta (bassa intensità luminosa, basse temperature e stress idrico, hanno un effetto inibitorio sulla produzione di citochinine).

E’ quindi evidente ed intuibile come la alternanza temporalmente ravvicinata tra questi fattori faccia scaturire delle reazioni nei vegetali non sempre chiaramente identificabili…
Citiamo un caso specifico; la fioritura “scarsa” del tiglio evidenziata la scorsa estate in particolare negli ambienti di media/alta collina (valle Intelvi, Triangolo lariano).

Personalmente ritengo che una chiave di lettura potrebbe essere legata alla grande disponibilità di acqua e alle temperature fresche registrate fino alla fine di giugno/inizio luglio.
Questa situazione potrebbe avere indotto la pianta a privilegiare la emissione di foglie per andare a “recuperare”, con la maggiore superficie fotosintetica (e dunque con produzione di zuccheri da riserva) gli stress dovuti al grande caldo ed alla grande siccità delle estati precedenti.
Ma si tratta di ipotesi; sono in ballo molti fattori e non sempre ripeto è chiara l’interazione tra essi.

Per quanto detto sopra risulta evidente come questo sia un momento inedito, dove le tradizionali certezze che ci hanno per molto tempo accompagnato come dire… vacillano..

Continuare con le vecchie consuetudini, valide in condizioni molto diverse credo serva davvero a poco…

Chiudo con una riflessione.

E’ forse arrivato il tempo di cambiare il nostro modo di approcciarci all’arte dell’allevamento (o forse gestione..) delle Api e dunque di mettere in atto serie sperimentazioni finalizzate ad una maggiore sostenibilità cambiando l’attuale paradigma….?

Dott. Agronomo Gabriele Maspero
socio Apacl e apicoltore